Recensione del film Netflix: il sogno di una idol transgender
Questo film biografico giapponese propone un ritratto intenso e autentico della vita di Ai Haruna, prima figura pubblica del proprio paese a intraprendere la riassegnazione di sesso in un’epoca in cui tale scelta era fortemente contestata. L’opera, affidata alla direzione di Yūsaku Matsumoto e alla sceneggiatura e produzione di Osamu Suzuki, è distribuita globalmente su Netflix e ha debuttato con doppiaggio di qualità in Italia dal 10 febbraio 2026.
this is i: biografia cinematografica di ai haruna
La narrazione racconta la storia di Ai Haruna, originariamente nata Kenji Onishi, cresciuta con il sogno di diventare un’idol e, nel contempo, con la consapevolezza della propria identità di genere. La svolta arriva negli anni ’90 grazie al lavoro in un cabaret e all’incontro con il dottor Koji Wada, che accetta di eseguire l’intervento in contrasto con la legge e lo stigma dell’epoca. La genesi del progetto nasce da un incontro a Osaka, che ha spinto Suzuki a interessarsi al legame tra Haruna Ai e Wada. La sceneggiatura trae spunto dall’autobiografia di Haruna, Subarashiki, Kono Jinsei, e da pubblicazioni che descrivono l’esperienza medica e personale di Wada. Ai ha dichiarato in diverse interviste che Wada non la considerava mai un “caso clinico” o un “fenomeno”, ma una persona fin dal primo momento.
Questa matrice di vita reale è stata confermata anche dai membri del cast e della produzione, che hanno sottolineato l’obiettivo di offrire una lettura autentica, rispettosa della persona e della sua storia, evitando semplificazioni sensazionalistiche per valorizzare la profondità umana del racconto.
questa pellicola e la rappresentazione dell'identità di genere
Nel cinema, la rappresentazione della identità trans è spesso trattata in chiave estrema o didascalica. In Giappone esistono esempi rilevanti come Midnight Swan, che ha riscosso ampia approvazione critica e popolare per la sensibilità mostrata. In un contesto mainstream e ad alto budget, film come This Is I rappresentano una scelta subordinata ma significativa, capaci di mantenere una prospettiva accessibile senza trasformare la protagonista in un simbolo astratto.
La sceneggiatura di Osamu Suzuki privilegia una lettura sincera e rispettosa delle fonti, pur mostrando una struttura narrativa di stampo classico per biopic. Il risultato è una pellicola che predilige la chiarezza rispetto alla complessità, scelta che, se da una parte può apparire didascalica, dall’altra favorisce la comprensione di temi complessi in ambiti sociali ampi.
cast e interpretazioni chiave
La forza della pellicola nasce dalle interpretazioni, che conferiscono profondità e verosimiglianza alle dinamiche tra personaggi. Haruki Mochizuki incarna Ai Haruna con intensità, gestendo un ruolo complesso senza cadere nella caricatura. Accanto a lui, Takumi Saitō arriva a offrire una presenza altrettanto solida nel ruolo del dottor Wada, con una resa umana e credibile. Wada emerge come figura simbolo di una scienza che si fa empatia, elemento narrativo chiave nel percorso di riconoscimento della protagonista.
Meritano una menzione anche altre interpretazioni di rilievo: Tae Kimura nel ruolo della madre Hatsue, Seiji Chihara nel ruolo del padre Kazutaka e Ataru Nakamura nel ruolo di Aki, la mentore della protagonista.
Regia, stile visivo e scelte narrative
regia e stile visivo nell'arte del "non detto"
La regia di Matsumoto privilegia una lettura per sottrazione, evitando scontri frontali e costruendo una tensione silenziosa che rispecchia una sensibilità culturale giapponese. Tale approccio evita di presentare i genitori come figure ostili, concentrandosi invece sulla confusione e sul dolore di una famiglia che cerca di capire. Il film impiega spesso il fuoco selettivo per isolare Ai dal contesto, enfatizzando la sensazione di estraneità anche quando l’eroina è sul palco.
momenti musicali e ritmici
Sequenze oniriche, strutturate come mini momenti musical, funzionano come acceleratori emotivi. In passaggi chiave, come il primo travestimento di Kenji e la visita alla clinica del dottor Wada, la musica assume un valore quasi rituale di passaggio. Lo stesso vale per altri momenti decisivi, dove la musica trasmette il mutamento interiore più delle parole.
accuratezza storica, riferimenti temporali e limiti
La pellicola mostra alcune soluzioni narrative legate al periodo storico, con espressioni come “identità di genere” che risuonano moderne rispetto al contesto degli anni ’90. Nei dialoghi giovanili si percepisce una sensibilità contemporanea su temi di bullismo e salute mentale, anche se, a quel tempo, l’omosessualità e la transfobia erano spesso più esplicite e meno mediate da una consapevolezza psicologica vigente. Un altro aspetto riguarda l’epoca medica: il film propone un quadro di supporto psicologico moderno, mentre la prima riassegnazione ufficiale in Giappone risale al 1998 presso l’Università di Saitama Medical, rendendo l’operatività degli anni ’90 più sperimentale e meno strutturata di quanto mostrato.
la gabbia dorata e il prezzo della presentabilità
La pellicola riflette su come la presentabilità possa imporre limiti alle scelte individuali, offrendo una lettura che invita a considerare la tensione tra identità autentica e aspettative sociali.
note conclusive e potenziale educativo
Questo biopic si distingue per la sua volontà di offrire un ritratto umano e non esibizionista, valorizzando la dimensione privata della protagonista. L’opera invita una riflessione sulle esperienze di persone trans e sul modo in cui la società può accogliere o respingere tali percorsi.
Paragrafo dedicato alle figure principali del cast
- Haruki Mochizuki – Ai Haruna
- Takumi Saitō – Koji Wada
- Tae Kimura – Hatsue
- Seiji Chihara – Kazutaka
- Ataru Nakamura – Aki